La generosità che non costa niente
Ci sono persone che diventano straordinariamente generose quando devono decidere come spendere i soldi degli altri. Sanno sempre chi dovrebbe rinunciare a qualcosa, chi dovrebbe essere comprensivo, chi dovrebbe fare uno sforzo in più. Distribuiscono doveri con una sicurezza che ammiro meno quando mi accorgo di un particolare: fra quelli chiamati a pagare, loro non ci sono mai.
«Generoso con i soldi degli altri» è una formula che mi sembra descrivere bene questo atteggiamento. Ne conosco anche una versione volgare: «Frocio col culo degli altri». Ne prendo il senso polemico, non l’insulto omofobo: l’orientamento sessuale non c’entra nulla con la viltà o con l’irresponsabilità. Quello che mi interessa denunciare è il comportamento di chi dispone del corpo, della fatica e della vita altrui come se fossero risorse proprie.
La differenza non è piccola. Posso offrire quello che possiedo, rinunciare al mio tempo, assumermi un rischio. Ma se offro il tuo denaro, rinuncio alle tue ore e metto in pericolo te, dovrei almeno smettere di chiamare tutto questo la mia generosità. Non posso intestarmi la virtù e mandare a un altro il conto.
Dieci modi per riconoscere lo stesso vizio
Lo stesso pensiero si può esprimere in molti modi. Queste dieci frasi sono formulazioni di questo saggio, non citazioni attribuite a personaggi famosi né proverbi di cui si rivendica un’origine. Servono a riconoscere, dietro parole diverse, una medesima comodità:
- «Coraggioso con la pelle degli altri.»
- «Eroe con il sacrificio degli altri.»
- «Ospitale con la casa degli altri.»
- «Disponibile con il tempo degli altri.»
- «Severo con gli errori degli altri, comprensivo con i propri.»
- «Pronto a perdonare il torto subito da un altro.»
- «Pronto a stringere la cinghia, purché sia quella degli altri.»
- «In prima fila per gli applausi, in ultima per le conseguenze.»
- «Capace di promettere tutto, quando a mantenere sono gli altri.»
- «Pronto a tutto, purché tocchi a qualcun altro.»
Alcune fanno sorridere. Il sorriso passa quando dal pranzo offerto a spese di un amico si arriva alla sofferenza imposta a una famiglia, e da quella di una famiglia alla sorte di un popolo. Il meccanismo rimane riconoscibile; cambia, enormemente, il prezzo.
Quando il conto è una vita
La forma più grave di questa distanza, per me, è quella di chi pretende di decidere il destino di interi popoli e manda altri a morire per i propri deliri di potenza. Una cosa è assumersi la responsabilità di proteggere delle persone; un’altra è usare quelle persone per ingrandire il proprio nome, affermare un predominio o non ammettere un errore.
Da una stanza sicura, una decisione può apparire ordinata: una mappa, un obiettivo, una scadenza. Per chi la subisce, invece, può significare interrompere gli studi, lasciare una casa, salutare qualcuno senza sapere se lo rivedrà. Chi decide vede una direzione da seguire. Chi parte può vedere l’ultima sera nella propria cucina.
Non voglio che questo diventi soltanto un contrasto suggestivo. Il punto è concreto: una persona non è materiale disponibile per dimostrare la fermezza di un’altra. Il ragazzo a cui si chiede di rischiare la vita non possiede una vita meno importante di quella di chi formula la richiesta. E il dolore di chi lo aspetta non diventa più piccolo perché lo si include in un discorso solenne.
Ciò che mi è insopportabile è la disinvoltura. Il tono di chi sembra trovare semplice una decisione proprio perché non ne subirà gli effetti più gravi. Non pretendo che chi governa sappia fare il mestiere di un soldato. Pretendo che non parli della morte di quel soldato con la leggerezza con cui cambierebbe una pedina di posto.
I moralisti da salotto
Mi infastidiscono i moralisti da salotto che spiegano ai ragazzi quanto sia doveroso morire. Sempre che a morire siano gli altri, possibilmente. Parlano del sacrificio con un entusiasmo che non sento accompagnato dalla stessa attenzione per le persone chiamate a compierlo. Mi domando se conoscerebbero ancora tutte le risposte, seduti davanti ai genitori di uno di quei ragazzi.
Non penso che per discutere di una guerra occorra averla combattuta. Sarebbe assurdo togliere voce a chi non ha vissuto direttamente ogni cosa su cui riflette. Ma la libertà di avere un’opinione non rende innocuo il modo in cui la esprimiamo. C’è differenza fra sostenere, con fatica e argomenti, che una scelta dolorosa sia necessaria e distribuire patenti di vigliaccheria a chi di quella scelta ha paura.
Trovo particolarmente sgradevole chi tratta l’esitazione altrui come un difetto morale. Chi desidera tornare a casa non è per questo una persona senza valori. Può conoscere benissimo il dovere e sentire, insieme, il peso di ciò che rischia di perdere. La paura non cancella la dignità. Talvolta rende semplicemente più precisa la comprensione del pericolo.
Prima di spiegare a qualcuno perché dovrebbe morire, vorrei che si fosse fatto tutto il possibile per permettergli di vivere. Non è una risposta automatica a ogni conflitto. È un ordine delle priorità che considero indispensabile, soprattutto nelle parole di chi non dovrà partire.
Il coraggio scelto e il sacrificio imposto
Il ragionamento, però, perderebbe onestà se diventasse una condanna di chi sceglie di resistere o di difendere qualcuno. Esistono persone che accettano un rischio per proteggere la propria famiglia, la propria libertà, la vita di altri. Non voglio sminuire quella scelta né raccontarla come il risultato inevitabile di un inganno. La loro decisione merita ascolto, non un’altra forma di paternalismo.
Allo stesso modo, non voglio diventare io quello che, dal proprio salotto, pretende di decidere quale perdita debba accettare un popolo aggredito. Sarebbe lo stesso vizio con parole diverse: dichiararmi ragionevole disponendo della libertà altrui. Anche chi invoca la pace deve chiedersi chi pagherà le condizioni che sta proponendo e se quella pace proteggerà davvero le persone.
Non sempre esiste una scelta senza dolore. Anche non intervenire, rimandare o cedere può esporre altri a conseguenze terribili. Riconoscerlo non assolve chi decide: rende il suo compito più serio. Gli chiede di confrontare i rischi reali delle alternative, non soltanto di celebrare i vantaggi della propria preferenza.
Il confine che cerco di difendere è questo: rispettare il coraggio di una persona non significa appropriarsene. Non posso trasformare il sacrificio che qualcuno accetta in una cambiale da presentare a chiunque altro. E non posso usare l’onore dovuto a chi è morto per impedire di chiedere se quella morte si sarebbe potuta evitare.
Si può delegare un compito, non la propria coscienza
Una società funziona anche perché le persone svolgono compiti diversi. Un responsabile organizza, un tecnico esegue, un medico affida parte delle cure a un’équipe. Nessuno può fare tutto personalmente. Dire che non ogni azione si può delegare non significa fingere che questa divisione non serva: significa riconoscere che ci sono responsabilità che restano nostre anche quando l’esecuzione passa ad altri.
Posso delegare una consegna, non l’onestà di ciò che ho promesso. Posso affidare un lavoro, non smettere di verificare se ho dato tempi e condizioni ragionevoli. Posso chiedere a qualcuno di rappresentarmi, ma non dichiararmi estraneo quando esegue proprio ciò che gli ho ordinato. La delega distribuisce i compiti; non dovrebbe far sparire la responsabilità lungo il percorso.
Non mi convince neppure la soluzione facile secondo cui basterebbe mandare per primo chi decide. Condividere il rischio può rendere una persona più credibile, ma non rende automaticamente giusta la sua decisione. Anche qualcuno disposto a morire può trascinare gli altri in una follia. Il proprio coraggio non dà un diritto di proprietà sulla vita altrui.
Per questo chiedo qualcosa di più impegnativo di un gesto teatrale: conoscere le conseguenze, ascoltare chi le subirà, giustificare la necessità della scelta, cercare alternative meno dannose, accettare controlli e rispondere degli errori. Se un compito è stato affidato ad altri, il dovere di correggere una decisione sbagliata non è stato affidato a nessuno: resta di chi può e deve cambiarla.
Le piccole versioni dello stesso comportamento
Questa riflessione non riguarda soltanto governanti e guerre. Senza confondere gravità incomparabili, riconosco la stessa abitudine anche nella vita quotidiana. Succede quando qualcuno promette un favore sapendo che sarà il compagno a doverlo fare. Quando invita persone e lascia a un altro tutta la preparazione. Quando decide che un familiare deve essere sempre disponibile perché, tanto, «per lui non è un problema».
Si può essere generosi anche con la pazienza degli altri. Pretendere che chi è stato ferito perdoni subito, perché a noi il conflitto mette a disagio. Chiedere a un collega di restare ancora un’ora, perché abbiamo garantito una scadenza senza consultarlo. Lodare lo spirito di sacrificio di una persona proprio mentre ci abituiamo a non offrirle mai un cambio.
Non ogni richiesta è uno sfruttamento. In una famiglia e in un gruppo di lavoro è naturale chiedersi aiuto. La differenza sta nel riconoscere che l’altro possiede un tempo, una stanchezza e dei limiti che non ci appartengono. Chiedere davvero significa essere disposti ad ascoltare la risposta, non travestire un ordine da complimento.
Vorrei applicare questa misura anche a me stesso. Prima di considerarmi disponibile, domandarmi chi dovrà organizzarsi per rendere possibile la mia disponibilità. Prima di vantarmi di un risultato, ricordare chi ha rinunciato a qualcosa per permettermi di raggiungerlo. Non basta non accorgersi del conto perché quel conto smetta di arrivare a qualcuno.
La domanda che dovrebbe precedere ogni richiesta
Quando sento un grande discorso sul dovere, mi viene voglia di fare una domanda piccola: chi paga? Non per ridurre ogni valore a un calcolo economico, ma per ridare un volto a chi viene nominato soltanto come «gli altri». Chi perde tempo, denaro, salute, sicurezza? Chi ha potuto parlare prima della decisione? Chi può fermarla se si rivela sbagliata?
Poi aggiungerei: che cosa stai mettendo tu? Non necessariamente lo stesso contributo, perché capacità e compiti sono diversi. Ma una quota reale di impegno, di rinuncia o di responsabilità, proporzionata al ruolo. Se l’unica cosa che metti sono le parole e l’unica cosa che riservi a te stesso è il merito, qualcosa non torna.
Non esiste una formula capace di risolvere ogni decisione difficile. Esiste però una vigilanza che possiamo esercitare: diffidare della facilità con cui qualcuno assegna sofferenza ad altri e della prontezza con cui si sottrae alle domande. Chi prende sul serio le conseguenze non ha sempre una risposta rassicurante. Dovrebbe almeno avere il pudore di non fingere che il prezzo sia irrilevante.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, vorrei che tutti e tre imparaste a riconoscere la differenza fra chi vi chiede aiuto e chi vuole usare la vostra disponibilità. Non ogni fatica è un’ingiustizia, non ogni richiesta è una manipolazione. Ci saranno impegni difficili che varrà la pena mantenere. Ma nessuna parola nobile deve impedirvi di domandare che cosa vi viene chiesto, perché, e da chi.
Non lasciatevi rendere piccoli da chi chiama egoismo il vostro bisogno di capire. Il coraggio non consiste nell’obbedire a qualunque voce sicura di sé. A volte consiste nel fare una domanda davanti a chi preferirebbe il silenzio; altre volte nell’assumersi un dovere senza cercare qualcuno su cui scaricarlo. Cercate la ragione di una scelta, non soltanto l’approvazione di chi la pretende.
E quando sarete voi a decidere, ricordatevi di questa stessa misura. Non siate ospitali con la fatica del vostro compagno, disponibili con le giornate dei vostri figli o ambiziosi con la salute di chi lavora insieme a voi. Prima di promettere il contributo di qualcuno, parlate con quella persona. Prima di chiedere una rinuncia, guardate se avete davvero esaurito le vostre possibilità.
Vorrei vedervi capaci di offrire molto, non incapaci di dire di no. E vorrei che, quando sceglierete di dare, sapeste distinguere ciò che è vostro da ciò che appartiene a un altro. Potete fare un regalo con le vostre risorse. Se il regalo lo paga qualcun altro, almeno non firmatelo soltanto con il vostro nome.
La generosità comincia da ciò che siamo disposti a dare. La responsabilità comincia dal rispetto di ciò che non abbiamo il diritto di chiedere con leggerezza. Il tempo di una persona, la sua fiducia, il suo corpo, la sua vita non sono dettagli di un nostro progetto. Sono il confine davanti al quale anche le nostre convinzioni più forti devono fermarsi a pensare.
Papy