Gli errori sono la nostra firma

Una riflessione ispirata alla canzone «La firma» di Giulio Casale.

«I nostri errori sono la nostra firma. Tutti seguiamo le regole nello stesso modo; i nostri sbagli sono solo nostri.»

— Concetto ispirato alla canzone "La firma" di Giulio Casale

La regola ci rende simili, l’errore ci distingue

Quando impariamo qualcosa, ci vengono insegnate delle regole. A scuola seguiamo procedimenti, nella professione applichiamo tecniche, nella vita sociale rispettiamo convenzioni. La regola ha una funzione fondamentale: permette di trasmettere conoscenze, di rendere ripetibile un risultato e di costruire un linguaggio comune.

Proprio perché una regola è condivisa, però, quando viene applicata correttamente tende a produrre risultati simili. Due persone che eseguono lo stesso algoritmo nel modo previsto arriveranno allo stesso risultato; due musicisti che leggono correttamente le stesse note riconosceranno la stessa melodia; due artigiani che seguono una procedura imparata utilizzeranno, almeno in partenza, gesti molto simili.

Mani che rivedono un disegno a matita in un quaderno, tra prove, cancellature e una nuova linea.
Il percorso lascia tracce Tentativi e correzioni su una pagina: ciò che impariamo passa anche dagli errori che riconosciamo.

L’errore è diverso. Introduce una deviazione che non è necessariamente uguale per tutti. Davanti allo stesso problema, una persona dimentica un passaggio, un’altra ne inverte due, un’altra ancora interpreta male un dato. Il risultato può essere sbagliato in tutti e tre i casi, ma il modo di sbagliare racconta qualcosa di ciascuno.

L’errore come traccia personale

Dire che gli errori sono la nostra firma non significa sostenere che sia meglio sbagliare che fare bene. Significa osservare che l’errore contiene spesso una traccia personale. Rivela il percorso mentale seguito, le associazioni fatte, ciò che abbiamo compreso e ciò che abbiamo invece trascurato.

Per questo, soprattutto nell’apprendimento, limitarsi a segnare un errore con una croce rossa può essere un’occasione perduta. Il risultato sbagliato dice soltanto che qualcosa non ha funzionato; il procedimento seguito può dirci molto di più. Capire come una persona è arrivata a sbagliare permette spesso di capire anche come aiutarla a correggersi.

Correggere non significa cancellare

C’è una differenza importante tra correggere un errore e cancellarne ogni traccia. Se considero l’errore soltanto qualcosa di cui vergognarmi, cercherò di nasconderlo. Se invece lo considero una tappa del ragionamento, posso utilizzarlo per capire meglio ciò che sto facendo.

Molte competenze nascono proprio da questo processo: provo, sbaglio, confronto il risultato con quello atteso, individuo il punto debole e modifico il mio modo di procedere. In questo senso l’errore, una volta riconosciuto, diventa informazione.

Anche nell’attività creativa il confine è interessante. Una deviazione dalla regola può essere un semplice errore, ma talvolta può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo. Può capitare che un risultato imprevisto, invece di essere soltanto scartato, venga osservato da un altro punto di vista. Non ogni sbaglio è una scoperta; senza attenzione, però, potremmo non riconoscere una possibilità quando compare.

La firma non è l’errore in sé

C’è un passaggio ulteriore. La nostra vera firma non consiste nel commettere errori. Consiste nel modo in cui li commettiamo, li riconosciamo e reagiamo ad essi. Due persone possono fare lo stesso sbaglio: una lo nega, l’altra prova a comprenderlo; una lo ripete senza interrogarsi, l’altra modifica il proprio comportamento.

Così l’errore diventa quasi uno specchio. Non mostra soltanto ciò che non sappiamo ancora fare, ma anche il nostro modo di pensare. E quando impariamo a osservarlo senza trasformarlo né in una colpa né in un alibi, può diventare uno degli strumenti più efficaci per conoscerci e migliorare.

Una piccola provocazione

La società tende spesso a premiare il risultato corretto e a nascondere il percorso che lo ha prodotto. Ma se tutti mostrassimo soltanto le risposte giuste, molte esperienze apparirebbero identiche. Sono i tentativi, le esitazioni, le correzioni e perfino certi sbagli a rendere visibile la storia individuale che sta dietro al risultato.

Forse, allora, la frase può essere letta anche in questo modo: le regole ci insegnano da dove partire; gli errori mostrano il cammino che abbiamo realmente percorso.

Conclusione

Non c’è bisogno di sbagliare per essere originali, né di chiamare «autenticità» un errore che si poteva evitare. Ma nascondere ogni sbaglio per vergogna significa rinunciare a capirlo. Vale la pena ripercorrere i passaggi, riconoscere dove abbiamo cambiato direzione e accettare l’aiuto di chi vede ciò che ci è sfuggito.

Quando uno sbaglio coinvolge un’altra persona, correggere non basta sempre: può essere necessario chiedere scusa, riparare e assumersi le conseguenze. Anche questo è parte della nostra firma. Non siamo soltanto il segno lasciato dal primo tentativo, ma anche quello lasciato dalla nostra risposta.

Una pagina piena di cancellature non dimostra che non sappiamo scrivere la nostra storia. Può mostrare, al contrario, che non abbiamo smesso di provarci, di capire e di diventare più consapevoli. La firma più riconoscibile non è l’errore lasciato sulla pagina: è il modo in cui scegliamo di proseguire.