Ho visto Gesù

La persona davanti alla porta

Entro al supermercato pensando alla spesa, a quello che manca in casa, al tempo che ho e a ciò che devo fare dopo. Davanti alle porte automatiche incontro qualcuno che chiede aiuto. Non sempre la sua presenza mi fa piacere. Le persone che chiedono sono tante e le ritrovo in molti luoghi; a volte sono stanco, a volte non ho voglia di fermarmi, a volte temo che ogni gesto diventi un’abitudine da ripetere. Non sarebbe sincero fingere di provare sempre un’immediata generosità.

Davanti all’ingresso illuminato di un supermercato, una persona anziana siede accanto al suo cane con un bicchiere in mano. Un padre con il carrello e la figlia la guardano e si fermano. La scena non racconta la storia di nessuno né promette una soluzione: rende visibile il momento in cui la fretta lascia spazio all’attenzione, al rispetto e alla possibilità di un incontro.
Fermarsi a guardareAll’uscita del supermercato, un padre e sua figlia si fermano davanti a una persona che molti passerebbero senza vedere.

Eppure proprio quando vorrei passare oltre, mi torna in mente una pagina del Vangelo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»; e, dall’altra parte, il rimprovero rivolto a chi non ha soccorso chi aveva fame. In Matteo 25 Gesù lega il modo in cui trattiamo chi è nel bisogno al modo in cui trattiamo lui. La scena quotidiana davanti al supermercato perde allora la sua apparente banalità.

E se fosse proprio lui?

Mi sorprendo a formulare una domanda quasi infantile: e se quella persona fosse Gesù, lì davanti a me, senza che io lo riconosca? E se un giorno mi chiedesse perché ho tirato dritto? So che il Vangelo non è un gioco di travestimenti e che chi siede davanti alla porta non deve dimostrare di essere qualcuno di speciale per meritare rispetto. Ma questa immagine riesce a interrompere la mia indifferenza più di tanti ragionamenti astratti.

All’inizio, lo ammetto, nella domanda c’è anche un interesse personale: non voglio essere quello a cui verrà rinfacciato di non aver visto. Non è la motivazione più nobile. Però può essere l’inizio di un cammino. Un gesto nato dal timore può diventare attenzione; l’attenzione può diventare una domanda sincera; una domanda, qualche volta, può far nascere un incontro. La carità matura quando smetto di pensare a come sarò giudicato e comincio a chiedermi di che cosa abbia bisogno la persona che ho davanti.

Non un simbolo, una persona

Dire che in chi soffre posso incontrare Gesù non significa cancellare l’identità di quella persona. Non è un esame mandato sulla mia strada, un figurante della mia coscienza o una lezione preparata per i miei figli. Ha un nome, un passato, desideri, rapporti, forse un lavoro perduto, forse una malattia, forse una storia molto diversa da quella che immagino. Potrei non saperla mai. Il primo rispetto è riconoscere che non mi è dovuta.

Per questo dare qualche moneta, offrire qualcosa da mangiare, chiedere «come va?» o semplicemente salutare sono gesti diversi, non una formula obbligatoria. Posso scegliere secondo le possibilità e la situazione, senza trasformare la persona in un caso da risolvere in trenta secondi. Posso anche non dare nulla, ma evitare di guardare attraverso di lei come se fosse invisibile. La dignità non dovrebbe dipendere dal contenuto del mio portafoglio.

«Ecco Gesù», davanti ai miei figli

Quando vado al supermercato con uno dei miei figli, a volte esclamo: «Ecco Gesù». È una frase che ci appartiene, un modo semplice per ricordare che davanti a noi non c’è soltanto un ostacolo fra il parcheggio e la spesa. Mi piacerebbe che i miei figli capissero il senso di quelle parole: non un’etichetta da mettere addosso a uno sconosciuto, ma un richiamo rivolto prima di tutto a me, al modo in cui scelgo di comportarmi.

I bambini imparano più da ciò che ci vedono fare che dalle spiegazioni pronunciate a casa. Se parlo di amore e poi reagisco con fastidio o disprezzo, ricorderanno il fastidio. Se mi fermo con discrezione, ascolto una risposta e rispetto anche un eventuale rifiuto, vedranno che la generosità non è uno spettacolo. Non voglio insegnare loro a sentirsi superiori perché hanno dato qualcosa. Vorrei insegnare a non vergognarsi di incontrare lo sguardo di chi chiede.

Aiutare senza pretendere di salvare il mondo

Non posso aiutare tutti quelli che incontro. Nessuno può farlo da solo, e un’offerta occasionale non risolve le cause della povertà. Ci sono giorni in cui ho tempo, denaro o energie, e altri in cui non ne ho. Riconoscere questo limite non è una scusa per l’indifferenza; è il modo di rendere la generosità sostenibile, invece di promettere a me stesso un’impossibile perfezione e rinunciare subito dopo.

La compassione può prendere forme diverse: un piccolo aiuto diretto, un pasto, una conversazione, il sostegno regolare a chi lavora sul territorio, l’attenzione alle scelte collettive che decidono quante persone restano sole. Non devo scegliere fra il gesto minimo e la giustizia più grande: il primo può ricordarmi la seconda. E quando non posso fare ciò che vorrei, resta possibile non aggiungere umiliazione alla fatica di un altro.

La storia che non conosco

Il pensiero nato davanti al supermercato mi segue anche altrove: non so mai completamente chi ho davanti. Una persona può portare una perdita recente, una paura, una ferita o una giornata che è stata più dura della mia. Può essere felice, distratta, vulnerabile, irritata. Io vedo un volto e un gesto, non l’intera vita che li ha preceduti. Quante volte, invece, agiamo come se un secondo di osservazione bastasse per pronunciare una sentenza?

Non conoscere la storia di qualcuno non mi obbliga a fidarmi ciecamente, a dire sempre sì o a rinunciare ai miei confini. Mi chiede una cosa più semplice e più difficile: lasciare aperta la possibilità che la mia prima impressione sia sbagliata. Chi chiede aiuto non coincide con il bisogno che mostra. Chi mi contraddice non coincide con il fastidio che provo. E neppure io vorrei essere giudicato soltanto nel mio momento peggiore.

La stessa ignoranza, in una strada diversa

Esiste anche un lato prudente di questa idea. In autostrada qualcuno risponde a uno sconosciuto con un gesto offensivo; poi le due persone si ritrovano nello stesso autogrill e la tensione può degenerare. Una battuta rivolta a una ragazza senza considerare lei, chi le sta vicino o il contesto può diventare una molestia o accendere un conflitto. Una lite per un parcheggio può crescere ben oltre l’importanza di quel posto auto. Sono esempi di escalation possibile, non il destino inevitabile di ogni discussione.

La lezione non è che tutti siano pericolosi e che si debba vivere sospettando di chiunque. È che un gesto fatto in un attimo entra nella vita di una persona che non conosco e produce conseguenze che non controllo. Il rispetto è dovuto anche quando non c’è alcun rischio di ritorsione; la prudenza aggiunge soltanto un motivo concreto per non regalare alla rabbia il comando delle nostre azioni. Di fronte a una minaccia, naturalmente, la prima cura è allontanarsi e chiedere aiuto, non insistere in un confronto.

Gentilezza non significa arrendersi

Posso essere fermo senza insultare, rifiutare una richiesta senza umiliare, difendere uno spazio senza provocare. Abbassare il tono non equivale ad ammettere di avere torto. A volte la scelta più coraggiosa è rinunciare all’ultima parola, soprattutto quando l’altra persona non vuole capire e il dialogo sta diventando una prova di forza. Vale sulla strada, in fila, sul lavoro e perfino in famiglia.

C’è una distanza enorme fra dire «non so chi sei, quindi ti temo» e dire «non so chi sei, quindi non pretendo di averti già capito». La prima frase costruisce muri; la seconda lascia spazio alla prudenza e alla curiosità. Non sempre un incontro diventerà una storia bella. Ma quasi sempre posso scegliere di non peggiorarlo per orgoglio, fretta o disprezzo.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Vorrei lasciarvi questo piccolo esercizio dello sguardo. Quando incontrate qualcuno che chiede aiuto, non obbligatevi a un gesto di facciata e non sentitevi padroni della sua storia. Fermatevi, se potete; chiamatelo persona prima di chiamarlo problema; fate ciò che è possibile con discrezione. E quando non potete aiutare, non togliete almeno il saluto, la calma, il rispetto.

Vorrei anche che ricordaste lo stesso principio quando siete irritati con uno sconosciuto. Non sapete chi sia, che cosa stia attraversando, né dove porterà una provocazione. La gentilezza non vi renderà ingenui se la unite al buon senso e ai confini necessari. Vi aiuterà a non consegnare agli impulsi il potere di decidere chi volete essere. Io, davanti a certe porte automatiche, provo ancora a impararlo. Quando dico «Ecco Gesù», forse sto parlando soprattutto a me stesso: guarda meglio, prima di passare oltre.

Riferimento: Vangelo secondo Matteo 25,35-40.

Papy