Credo che nella vita non basti chiedersi se una cosa sia bella, interessante o degna del nostro tempo. Bisogna avere il coraggio di farsi anche un’altra domanda: è questa la cosa a cui, adesso, dovrei dare la precedenza? Possiamo dedicare le giornate ad attività che, prese una per una, non hanno nulla di sbagliato, e tuttavia trascurare proprio ciò da cui dipende il passo successivo della nostra vita.
Non penso che si debba smettere di vivere per prepararsi a vivere. Penso, però, che vivere a fondo il presente non significhi occuparlo interamente con quello che ci piace. Significa abitarlo anche nelle sue richieste: imparare ciò che ancora non sappiamo, affrontare un impegno lasciato a metà, fare qualcosa che oggi costa fatica e domani potrebbe darci maggiore libertà.
È questo che chiamo il tempo giusto. Non un calendario uguale per tutti, ma la capacità di riconoscere che alcune cose possono aspettare senza andare perdute, mentre altre, rimandate continuamente, finiscono per cambiare le possibilità che avremo.
Non tutto ciò che può aspettare dovrebbe aspettare
Da giovani può sembrare che ci sarà sempre un’altra occasione: un’altra sessione d’esami, un altro anno per decidere, un altro momento per cominciare sul serio. E spesso un’occasione nuova esiste davvero. Il problema è pensare che rimandare non abbia mai un costo, che tutto resti disponibile alle stesse condizioni mentre noi ci occupiamo d’altro.
Alcuni percorsi hanno bisogno di continuità. Si studia meglio se non si perde ogni volta il filo, si diventa capaci facendo esperienza, si costruisce fiducia mantenendo piccoli impegni prima di assumerne di grandi. Non tutto si recupera semplicemente decidendo, un giorno, di avere finalmente voglia. Anche quando si può ricominciare, può essere più difficile farlo con maggiori responsabilità e meno sostegno.
Questo non significa stabilire l’età entro cui una persona debba laurearsi, lavorare, sposarsi o sapere già chi è. Le vite non partono dalla stessa posizione e non camminano alla stessa velocità. Significa, più modestamente, non confondere la possibilità di recuperare con una buona ragione per rinviare ciò che sappiamo essere necessario.
Una giornata piena non è sempre una vita che avanza
Una persona può avere moltissimi interessi e pochissimo tempo libero, senza fare quasi nulla per il progetto che dice di avere. Legge, suona, pratica sport, organizza incontri, comincia un corso, scopre una nuova passione. Non è ferma: anzi, vista da fuori può sembrare instancabile. Eppure l’esame resta da preparare, la scelta da compiere, la responsabilità da assumere.
È una forma di rinvio meno evidente dell’ozio, perché può vestirsi di cose intelligenti. È più facile giustificare una giornata dedicata a un interesse rispettabile che una giornata trascorsa senza fare nulla. Ma la domanda rimane: fra tutte le cose che ho fatto, ho dato un posto a quella che continuo a dichiarare importante?
A volte sospetto che dietro questo movimento ci sia anche il timore di misurarsi. Finché una possibilità resta aperta, possiamo immaginarci capaci di tutto. Portarla fino in fondo significa accettare un risultato, un limite, forse una delusione. Cominciare ancora qualcosa può apparire più piacevole che scoprire quanto siamo davvero preparati a concludere ciò che abbiamo già iniziato.
Avere molti interessi allarga la vita. Usarli per evitare un impegno può lasciarla ferma. Non è il numero delle passioni a fare la differenza: è il posto che occupano rispetto a ciò che ci siamo proposti di costruire.
Lo studente, la ragazza e un futuro sempre annunciato
Penso, per esempio, a uno studente che da tempo dovrebbe terminare il proprio percorso e che trova energia per tutto, tranne che per avvicinarsi alla conclusione. Ha interessi, idee, entusiasmo. Accanto a lui c’è una ragazza che lo ama anche così. Non gli chiede una vita di lusso, non pretende che ogni cosa sia già sistemata. Crede in lui e nella possibilità di andare avanti insieme.
Il fatto che lei lo ami non mi sorprende e non lo considero un errore. Una persona non diventa degna d’amore dopo la laurea, né un lavoro è il prezzo da pagare per avere qualcuno accanto. Quello che mi domando è altro: che cosa sta facendo lui di questa fiducia? Se le parla di una casa, di una famiglia, di una vita comune, sta compiendo qualche passo oppure le sta chiedendo di abitare indefinitamente le sue intenzioni?
Non basta essere fuori corso per meritare questo giudizio. Si può essere in ritardo perché si lavora, si assiste qualcuno, si attraversa una difficoltà o si è imboccata una strada sbagliata. Il punto non è la casella del libretto universitario: è la distanza, quando dipende dalle nostre scelte, tra quello che promettiamo e quello a cui dedichiamo davvero le giornate.
La domanda «che cosa puoi offrirle?» non riguarda soltanto il denaro. Riguarda presenza, lealtà, disponibilità a fare la propria parte e un progetto di cui entrambi possano vedere almeno l’inizio. Vale allo stesso modo per lei e per qualunque coppia: nessuno deve portare da solo l’obbligo di preparare il domani, mentre l’altro conserva soltanto la libertà di immaginarlo.
Il futuro usato come tempo verbale
C’è una contraddizione che mi colpisce: chi rinvia di continuo può parlare moltissimo del futuro. «Farò», «avrò», «quando avrò finito», «quando ci saremo sistemati». A sentirlo, sembra che tutto sia già avviato. Se si guarda al presente, però, non si capisce che cosa dovrebbe produrre quel cambiamento.
Raccontare ciò che faremo può darci in anticipo una parte della soddisfazione di averlo fatto. Gli altri approvano, ci incoraggiano, ci riconoscono nella persona che diciamo di voler diventare. Anche noi finiamo per affezionarci a quell’immagine. Ma un progetto non avanza perché è stato raccontato bene: ha bisogno di ore che prima erano impiegate diversamente, di decisioni, di rinunce circoscritte, di un seguito.
Non occorre trasformare ogni desiderio in un piano rigido. Occorre poter rispondere a una domanda semplice: che cosa sto facendo, adesso, perché quel futuro diventi più possibile? Un esame preparato, una competenza imparata, un colloquio affrontato, una strada cambiata con onestà. Qualcosa di piccolo, ma verificabile anche quando l’entusiasmo del discorso è finito.
Il futuro non comincia quando diciamo «farò». Comincia quando il nostro «farò» cambia qualcosa nel modo in cui viviamo oggi. Altrimenti cambia il calendario, ma il domani resta sempre alla stessa distanza.
Le passioni non sono il nemico
Non vorrei che questo pensiero fosse letto come una diffidenza verso chi ama molte cose. La curiosità è una ricchezza. Lo sport, la musica, la lettura, gli amici possono dare equilibrio e significato anche negli anni più impegnativi. E una passione può diventare proprio il lavoro per cui vale la pena prepararsi: non esiste soltanto la strada dell’università, né ogni percorso diverso è una fuga.
Ma anche una passione scelta come strada chiede serietà. Chi vuole vivere di musica deve dedicarsi anche alla tecnica, non soltanto all’emozione di suonare quando ne ha voglia. Chi sceglie un mestiere deve impararne anche le parti ripetitive. A un certo punto la scelta si riconosce da questo: accettiamo di fare anche ciò che non ci entusiasma, perché serve a ciò che desideriamo davvero.
Mettere temporaneamente un interesse al secondo posto non significa rinnegarlo. Può voler dire proteggerlo, evitando che diventi la giustificazione con cui trascuriamo altro. Posso continuare a suonare senza lasciare che ogni pomeriggio tolga spazio all’esame. Posso andare in bicicletta senza consegnarle sistematicamente tutte le ore che avevo destinato a un impegno.
Credo che costruire competenze, autonomia e affidabilità possa aprire più spazio anche alle passioni. Non garantisce una vita comoda né tempo illimitato, ma può permetterci di scegliere con meno dipendenza e meno preoccupazione. Le passioni restano una ricchezza anche per chi è in difficoltà; non serve guadagnarsi il diritto di averle. Il punto è non chiedere loro di sostituire la preparazione di cui abbiamo bisogno.
Il tempo che prendiamo in prestito agli altri
Quando rimandiamo, non sempre stiamo spendendo soltanto il nostro tempo. A volte c’è un genitore che continua a sostenerci, una persona che rinuncia a un proprio progetto aspettandoci, qualcuno che si assume incombenze per lasciarci studiare. Noi vediamo le ore di libertà; loro, forse, vedono anche quelle che stanno mettendo a disposizione.
Essere aiutati non è una colpa e non ci rende proprietà di chi ci aiuta. Il sostegno non dovrebbe trasformarsi nel diritto di scegliere la vita altrui. Però riceverlo chiede almeno sincerità: riconoscere che esiste, non darlo per inesauribile e non presentare come inevitabile un ritardo che non stiamo provando ad affrontare.
Anche l’attesa di chi ci ama merita rispetto. Quella persona ha desideri, paure e stagioni proprie; non è una riserva di pazienza predisposta per noi. Può scegliere di accompagnarci in un percorso difficile, ma dovrebbe sapere quale percorso sta condividendo. Se non vogliamo più la stessa cosa, o non sappiamo ancora che cosa vogliamo, dirlo può essere doloroso. Continuare a promettere per non perdere il conforto della sua presenza può esserlo molto di più.
Un progetto concreto non è una garanzia
Prepararsi non mette al riparo da tutto. Si può studiare con impegno e non trovare subito un lavoro; si può costruire qualcosa e perderlo; si può scoprire che una scelta ragionevole non era quella adatta. Non considero la riuscita una prova automatica di virtù, né la difficoltà una dimostrazione di pigrizia.
Per me la differenza sta nella disponibilità ad assumersi la propria parte. Un progetto concreto può essere ancora incerto, modesto, da correggere. Può perfino cominciare con l’ammissione: «Questo percorso non funziona più, devo cambiarlo». Ciò che lo distingue da un alibi è che comporta una decisione e un passo successivo, non soltanto un’altra spiegazione del perché nulla cambia.
Occorre poi ricordarsi di vivere anche mentre si costruisce. Un’amicizia, una serata con chi amiamo, un’ora dedicata a ciò che ci rigenera non sono necessariamente ostacoli: possono essere parte della vita che vogliamo rendere possibile. Non avrebbe senso preparare un domani migliore rendendo sistematicamente vuoto ogni giorno che lo precede.
Il tempo giusto richiede dunque una misura: riconoscere ciò che oggi merita la precedenza, senza pretendere che assorba tutto. E poi mantenere l’impegno anche nei giorni in cui preferiremmo occuparci d’altro. La preparazione accade lì, non soltanto nei momenti in cui il futuro ci emoziona.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, vorrei che tutti e tre aveste molti interessi, non pochi. Mi piacerebbe sapervi curiosi, capaci di entusiasmarvi per qualcosa che non serve a far carriera, di imparare per piacere e non soltanto per necessità. Non vi auguro giornate ridotte a un elenco di doveri. Vi auguro, però, di saper distinguere ciò che vi nutre da ciò dietro cui vi nascondete.
Se avete scelto una strada, dedicatele il tempo che richiede. Se capite che non è la vostra, abbiate il coraggio di dirlo e di cercarne un’altra. Non continuate a chiamare progetto qualcosa a cui non date più alcuna possibilità concreta. Cambiare direzione con responsabilità non è la stessa cosa che rimandare senza decidere.
Quando qualcuno vi amerà anche nelle vostre incertezze, non sentitevi obbligati a esibire risultati per meritarlo. Ma non usate quell’amore come permesso di lasciare tutto com’è. Portate nel rapporto anche la volontà di costruire, ascoltate i tempi dell’altro, fate promesse della cui realizzazione siete disposti a occuparvi.
E quando sarete in difficoltà, parlatene. Chiedere aiuto è già diverso dal fingere che vada tutto bene. Non avrò bisogno di sentirvi raccontare un futuro grandioso: preferirò capire qual è il passo che state cercando di fare e come posso starvi vicino senza farlo al posto vostro.
Il tempo giusto non è quello in cui tutto diventa facile. È quello in cui riconosciamo che una cosa importante non può continuare ad aspettare. Usate il presente anche per prepararvi: non perché oggi valga meno di domani, ma perché la vostra vita continui ad avere possibilità, e chi cammina con voi non debba vivere soltanto di promesse.
Papy