Nel giorno in cui ricordiamo chi non è più con noi, torno a un piccolo libretto scritto a mano da Stefania. La sua prima pagina porta la data del 31 marzo 2014 e si rivolge a Gianluca, Gabriele ed Eleonora. L’ultima è dell’11 maggio 2019, il giorno del suo cinquantottesimo compleanno. Io l’ho trovato dopo, quando avrei dato qualsiasi cosa per poterle chiedere ancora una volta che cosa pensasse.
Ritrovare una voce nella scrittura
Un libretto non restituisce una persona. Non può far tornare la sua voce nella stanza, né i gesti che riempivano le giornate. Eppure, quando riconosci una grafia, senti che qualcuno ha posato la mano proprio lì. Stefania non scriveva sapendo quale valore avrebbero avuto per noi quelle pagine. Raccontava la famiglia da cui veniva, la vita costruita insieme, la fede, le preoccupazioni e la gioia di una giornata semplice. Oggi possiamo leggerle sapendo che sono passate attraverso la sua mente, il suo cuore e la sua mano.
Ho scansionato il manoscritto e mi sono fatto aiutare da ChatGPT a trasformarlo in un libretto da donare ai nostri figli. L’aiuto nella preparazione non cambia l’origine di quelle memorie: appartengono a Stefania. Questo Pensiero, invece, è il mio modo di accompagnarle, senza pretendere di parlare al posto suo.
Tre figli, tre persone amate
Nelle sue pagine non c’è un amore generico rivolto a tre nomi messi insieme. Stefania si ferma sul carattere di ciascuno, riconosce doni e difficoltà, si preoccupa del futuro. Vedeva i nostri figli come persone distinte, ciascuna con un posto insostituibile nel suo cuore. Una madre non può conoscere in anticipo la strada che i figli percorreranno. Può però far sapere loro, finché è in tempo, di essere stati guardati davvero.
Vorrei che i ragazzi ritrovassero soprattutto questo nel libretto: non l’obbligo di diventare ciò che lei immaginava, ma la certezza di essere stati conosciuti e amati per ciò che erano.
La verità di una donna, non un ritratto perfetto
Stefania non nasconde neppure ciò che le pesa. Chiede perdono per le volte in cui sente di non aver saputo difendere i figli dalla cattiveria altrui. Quelle parole fanno male da leggere, perché mostrano quanto continuasse a portare dentro di sé anche le ferite degli altri. Non le leggo come la confessione di una madre che amava troppo poco. Le leggo come la sincerità di una donna che amava abbastanza da interrogarsi sui propri limiti.
Per ricordare qualcuno, a volte siamo tentati di togliere ogni incertezza dal suo ritratto. Ma la sua umanità è proprio ciò che ci manca: la sensibilità, le domande, i momenti in cui non sapeva come agire. Non desidero consegnare ai figli una mamma trasformata in una figura irraggiungibile. Vorrei che ritrovassero la loro mamma, intera.
La fede che accompagna le domande
La sua fede attraversa le memorie. Stefania vi cercava un modo per affidare il futuro dei figli e per dare un senso alle prove della famiglia. Eppure non aveva una risposta facile a tutto: alcuni torti subiti dai suoi genitori restavano per lei difficili da comprendere. In quelle pagine la fiducia non cancella le domande. Le tiene accanto a sé.
Mi sembra un’eredità preziosa anche per chi vive la fede in modo diverso. Si può sperare senza fingere che il dolore sia semplice; si può cercare un significato senza dichiarare risolto ciò che ancora fa male.
La felicità aveva il volto di casa
Stefania temeva di perdere la memoria, come era accaduto a sua madre Ambrogia, la nonna dei nostri figli, e volle conservare il ricordo di una giornata felice. Non scelse un evento eccezionale. Nelle sue parole restano una colazione, una telefonata, la tavola con i figli e gli amici, il tempo trascorso con sua madre, una Messa. Cose che possono sembrare piccole finché accadono, e diventano immense quando non possiamo più viverle insieme.
In quella giornata dedica qualche riga anche a me. Mi chiama «l’amore mio»; sorride del fatto che io legga volentieri matematica e i fumetti di Blek della mia adolescenza; ricorda che mi commuovo davanti ai film sui bambini. Racconta che mi ero spaventato non trovando lei e sua madre, i miei «amori», e che quel giorno avevo preparato da mangiare e aiutato Ambrogia con la colazione e le medicine. Poi si domanda: «Ma come ho fatto a trovare un Tesoro di uomo così?» Riporto quelle parole non per lodare me stesso, ma perché in esse riconosco il suo sguardo: sapeva dare valore a gesti che io consideravo semplicemente parte della nostra vita.
Io leggo quelle righe e vorrei poterle dire che non doveva ringraziarmi per averle voluto bene. La fortuna era poter attraversare la vita con lei. Avrei voluto arrivare insieme anche a questo tempo più lento; il 30 maggio 2026 Stefania ci ha lasciati prima che quel desiderio potesse compiersi.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, non vi consegno queste pagine perché dobbiate sentirvi in debito con la mamma, né perché dobbiate trovare subito conforto. Il dolore per la sua assenza ha i suoi tempi, e ognuno di voi avrà il proprio modo di viverlo. Ve le consegno perché, quando vorrete, possiate incontrare ancora una volta il suo sguardo su di voi.
Leggete anche le esitazioni, non soltanto le frasi più belle. Ricordate la donna capace di gioire per una giornata insieme e abbastanza coraggiosa da chiedere scusa. E, se un giorno vi sembrerà di non ricordare bene la sua voce, aprite il libretto: quelle parole non sono tutta la mamma, ma sono sue. Possono aiutarvi a riconoscerla anche nelle cose semplici che vi ha insegnato ad amare.
A Stefania avrei voluto dire ancora molte cose. Oggi gliene dico una, davanti a voi: grazie per averci lasciato anche questo modo di starci vicino. Ci manchi ogni giorno. Ti ameremo anche attraverso le pagine che hai scritto per noi.
Papy