Una premessa: non ce l'ho con gli editori. Al contrario, spesso li ammiro. Il loro mestiere consiste anche nel capire prima degli altri che cosa può interessare al pubblico. Se intuiscono che un nome, un evento o una curiosità possono trasformarsi in centinaia di migliaia di copie vendute, hanno semplicemente fatto bene il proprio lavoro.
La domanda che mi interessa è un'altra: perché noi compriamo?
Non mi interessa qui discutere se una persona famosa abbia diritto a raccontare la propria vita. Naturalmente ne ha diritto. Mi interessa piuttosto capire perché la notorietà, che nasce magari da una canzone, da un film, da un gol o persino da uno scandalo, sembri trasformarsi automaticamente in valore editoriale.
Questa riflessione nasce da un caso celebre: il successo commerciale di Monica's Story, la biografia autorizzata di Monica Lewinsky scritta da Andrew Morton e pubblicata nel 1999. Qualunque giudizio si dia sulla vicenda, dal punto di vista editoriale l'operazione fu comprensibile: l'interesse mondiale era enorme e un editore capace non poteva non vedere la possibilità di trasformare quell'attenzione in un libro.
E infatti il pubblico rispose.
L'editore non deve educarmi: deve capire se comprerò
A volte si parla degli editori come se avessero il compito morale di pubblicare soltanto ciò che accresce la cultura dell'umanità. È un'idea ingenua. Un editore è anche un imprenditore: anticipa costi, stampa, distribuisce, promuove e si assume un rischio. Se vede un mercato, prova a raggiungerlo.
Da questo punto di vista, pubblicare l'autobiografia di una persona al centro dell'attenzione mondiale può essere una scelta perfettamente razionale. Non occorre che il libro contenga una nuova teoria filosofica. Basta che molte persone desiderino leggerlo.
La capacità dell'editore sta proprio nell'intuire un desiderio che magari il lettore non ha ancora formulato. Vede un nome e pensa: questo nome, messo in copertina, farà fermare le persone davanti a uno scaffale. Se ha ragione, ha avuto occhio lungo.
Il passaggio che non riesco a fare
Io però mi fermo prima. Posso adorare un cantante mentre canta senza provare il minimo bisogno di sapere che cosa mangia a colazione. Posso ammirare un calciatore per un controllo di palla impossibile senza voler conoscere la sua idea sull'educazione dei figli. Posso considerare straordinario un attore senza essere curioso delle sue relazioni sentimentali.
La fama, ai miei occhi, resta legata alla competenza che l'ha prodotta. Se una persona canta magnificamente, per me possiede una qualità straordinaria: sa cantare magnificamente. Non ne deduco che la sua vita sia necessariamente interessante, né che il suo modo di pensare sia più profondo del mio o di quello di milioni di persone sconosciute.
E qui nasce il cortocircuito: il mercato delle autobiografie delle celebrità vive spesso proprio sul passaggio che io non faccio. Dalla stima per ciò che una persona sa fare si passa alla curiosità per ciò che quella persona è, pensa, ama, teme, compra, ricorda.
Dal talento alla biografia: quattro esempi
Il fenomeno non riguarda un singolo tipo di celebrità. Succede nella musica, nello sport, nel cinema, nella televisione e ormai anche nei social.
Il cantante. Un artista può aver scritto canzoni memorabili. La sua autobiografia può certamente essere interessante se racconta la nascita di quelle opere, il lavoro in studio, le scelte artistiche, gli errori, i rapporti professionali. Ma quando il libro diventa soprattutto una raccolta di amori, litigi e dettagli privati, il legame con ciò che rendeva quella persona interessante si indebolisce.
Il calciatore. Qui il paradosso è ancora più evidente. Un grande campione possiede conoscenze uniche sul campo: allenamento, pressione, spogliatoio, tattica, gestione della sconfitta. Sarebbe affascinante leggere un libro davvero centrato su queste competenze. Eppure spesso la promozione insiste sulle liti, sui tradimenti, sulle feste o sui retroscena personali. Il mercato sa che il dettaglio privato vende più facilmente dell'analisi tecnica.
L'attore. Un interprete può raccontare il lavoro sul personaggio, il rapporto con un regista, il modo in cui si costruisce una scena. Anche qui esiste materia autenticamente interessante. Ma basta un nome molto noto perché sia vendibile anche un libro che dedica gran parte dello spazio alla vita sentimentale e agli incontri con altre celebrità.
La celebrità nata dalla celebrità. È forse il caso più curioso: persone note soprattutto per essere note. Reality show, social network e cronaca rosa hanno prodotto figure pubbliche la cui principale materia narrativa è la propria vita. Qui libro e personaggio quasi coincidono: non si racconta un mestiere, si commercializza direttamente l'esistenza privata.
Il nome come marchio
In molti settori commerciali compriamo un marchio perché ci fidiamo di ciò che rappresenta. Nell'editoria delle celebrità accade qualcosa di simile, ma con una differenza: il marchio è una persona.
Il nome sulla copertina svolge una funzione potentissima. Riduce l'incertezza. Il lettore non deve chiedersi chi sia l'autore: lo conosce già. Magari non ha mai letto una sua riga, ma ha ascoltato le sue canzoni, visto i suoi film o seguito le sue partite. Il libro parte quindi con un vantaggio enorme rispetto a quello di uno sconosciuto.
Uno scrittore esordiente deve convincerci attraverso il libro. Una celebrità spesso arriva al libro dopo averci già convinti altrove. Ed è proprio questo trasferimento di fiducia che mi incuriosisce: perché il valore conquistato in un campo dovrebbe automaticamente trasferirsi in un altro?
Non tutte le autobiografie sono uguali
Naturalmente sarebbe sbagliato concludere che le autobiografie dei famosi siano inutili per definizione. Alcune possono avere un autentico valore storico, professionale o umano. Una testimonianza diretta può mostrarci dall'interno un mondo che altrimenti conosceremmo soltanto dall'esterno.
Un grande sportivo può descrivere la psicologia della competizione con una precisione che nessun osservatore possiede. Un musicista può raccontare la creazione di un album che ha segnato un'epoca. Un attore può spiegare tecniche, paure e discipline invisibili allo spettatore. Una persona coinvolta in un grande evento pubblico può fornire documenti, ricordi e prospettive che diventano materiale storico.
Il punto, quindi, non è: "le persone famose non dovrebbero scrivere libri". Il punto è più semplice: la fama non è, da sola, un contenuto.
Quando il lettore compra una relazione immaginaria
Forse una parte della risposta sta nel rapporto particolare che abbiamo con le persone famose. Le vediamo per anni, ascoltiamo la loro voce, conosciamo i loro gesti. Loro non sanno nulla di noi, ma noi abbiamo l'impressione di conoscerle.
Un libro autobiografico promette di accorciare ancora quella distanza. Non compriamo soltanto informazioni: compriamo una forma di accesso. Per qualche ora quella persona ci parla in prima persona. Ci racconta cose che normalmente non racconterebbe a noi. È una vicinanza unilaterale, ma psicologicamente efficace.
A quel punto si comprende anche perché dettagli insignificanti, se appartengono a una celebrità, possano diventare interessanti. Se li raccontasse il nostro vicino di casa, probabilmente cambieremmo discorso. Se li racconta qualcuno che vediamo in televisione da vent'anni, improvvisamente acquistano un valore narrativo.
Un esperimento mentale
Immaginiamo di togliere dalla copertina il nome e la fotografia dell'autore. Restano trecento pagine. Le leggiamo senza sapere chi le ha scritte.
Quante autobiografie di celebrità continuerebbero a sembrarci interessanti? Quante verrebbero acquistate se fossero presentate semplicemente come la storia di una persona sconosciuta che racconta la propria infanzia, le proprie relazioni, i propri successi e le proprie difficoltà?
È una prova forse ingiusta, perché l'identità dell'autore fa parte inevitabilmente di un'autobiografia. Ma rende evidente il meccanismo: in molti casi non è il contenuto a rendere prezioso il nome; è il nome a rendere prezioso il contenuto.
La competenza non è contagiosa
C'è poi un effetto ancora più ampio. Una volta diventata famosa, una persona viene interrogata su qualunque argomento. Il cantante non parla più soltanto di musica. Il calciatore non parla più soltanto di calcio. L'attore non parla più soltanto di cinema. La celebrità produce una sorta di autorità generale che non ha una base logica.
Essere eccezionali in un campo non rende automaticamente competenti negli altri. Un premio, un record, milioni di dischi venduti o una carriera cinematografica straordinaria dimostrano qualcosa di preciso e importante. Non dimostrano tutto.
Lo stesso errore si riflette nei libri. Se la persona famosa decide di raccontare la propria idea della felicità, della famiglia, dell'educazione, del successo o della società, il suo nome garantisce immediatamente attenzione. Uno sconosciuto con idee più originali e meglio argomentate potrebbe non trovare nemmeno un editore.
Il vero merito dell'editore
Ed eccoci di nuovo all'editore. Potrei criticare questa situazione, ma sarebbe difficile accusare chi la sfrutta commercialmente. Se milioni di persone attribuiscono valore al nome, l'editore ha il merito professionale di averlo capito.
Nel caso di un personaggio al centro di un'enorme attenzione mediatica, la scelta può apparire persino ovvia dopo che il libro ha avuto successo. Ma le decisioni editoriali si prendono prima di conoscere il risultato. Occorre stabilire un anticipo, organizzare la promozione, prevedere le tirature, negoziare diritti e traduzioni. Il rischio resta dell'editore.
Per questo posso contemporaneamente pensare: "io quel libro non lo comprerei" e "complimenti a chi ha capito che centinaia di migliaia di altre persone lo avrebbero comprato". Le due affermazioni non sono in contraddizione.
Cosa cerco io in un libro
Alla fine la questione diventa personale. Quando apro un libro vorrei che accadesse almeno una di queste cose: imparare qualcosa che non sapevo, comprendere meglio qualcosa che conoscevo superficialmente, incontrare un'idea che non avevo mai formulato, oppure vedere il mondo attraverso uno sguardo capace di sorprendermi.
Una vita famosa non garantisce nulla di tutto questo. Una vita sconosciuta, invece, potrebbe garantirlo.
E forse questo è il paradosso più bello dell'editoria: milioni di persone anonime hanno vissuto esperienze, elaborato pensieri e maturato competenze straordinarie senza che nessun editore le cerchi. Nel frattempo una persona celebre può ottenere attenzione editoriale prima ancora di aver scritto la prima pagina.
Non è necessariamente un'ingiustizia. È un mercato. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi, ogni volta che prendiamo in mano un libro di una celebrità: sto comprando ciò che c'è dentro, oppure il nome che c'è sopra?
"La fama può spiegare perché un libro viene pubblicato. Non basta, da sola, a spiegare perché dovrebbe valere la pena leggerlo."
Nota editoriale: questo testo sviluppa il tema dal punto di vista dei libri e del mercato editoriale, lasciando sullo sfondo la riflessione più generale sul rapporto tra talento, celebrità e vita privata.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
A tutti e tre vorrei lasciare questa libertà: ammirare qualcuno senza sentirvi obbligati ad ammirare tutto di lui. Un talento merita riconoscimento, ma non rende ogni opinione autorevole e ogni pagina preziosa. Conservate il diritto di scegliere con la vostra testa.
Quando aprite un libro, cercate ciò che può farvi crescere, non soltanto ciò che vi fa sentire vicini a un nome famoso. E concedete una possibilità anche a chi non conoscete: una voce discreta può regalarvi un pensiero che vi accompagnerà per anni.
Vorrei che ricordaste anche questo: la vostra vita non vale meno perché non finisce su una copertina. Le esperienze, le domande e le parole che saprete offrire agli altri avranno valore per ciò che contengono, non per quante persone conosceranno il vostro nome.
Papy